Egitto – Da Aqaba a Dahab

Dahab fai da te

Cambio: 1 Eu = 7.89 Lire Egiziane

L’inizio e la fine del viaggio sono contrassegnati da fregature, ma non è solo questo il motivo per cui il mio giudizio su Dahab non è positivo del tutto.

Non si tratta di grossi guai, solo piccolezze, che ti fanno provare disaffezione, e ti tolgono la voglia di tornare, d’altra parte, perché farlo, con tutti i posti che ci sono nel mondo? Che costi poco ed è vicino non è una buona giustificazione, secondo me. E non basta a far tornare nel mezzo l’ago della bilancia.

Tratto dal diario di viaggio in Giordania, terra da cui abbiamo raggiunto l’Egitto.

Altra cosa “strana”, visto l’andazzo di certi paesi confinanti, se chiedi informazioni su un bus e ti dicono che non c’è, è vero. Non mentono nella speranza che tu salga sul loro mezzo e ti possano spillar soldi. Leggete il mio racconto su Dahab e vedrete come cambia la musica non appena si attraversa il golfo di Aqaba.

Scendiamo dal traghetto, ci troviamo in un enorme spiazzo. Ho prenotato le prime due notti presso la Sheik Salem House, una sea view con bagno a 32 Euro. Nicole, la proprietaria, mi ha spiegato che c’è un bus per Dahab alle 16.30. Vive in Egitto da anni, e non ho dubbi su quanto da lei affermato, tanto più che anche la Lonely Planet conferma, seppur con un orario leggermente diverso. Verso l’uscita dal porto, sulla destra, c’è un terminal di bus, gli autisti stanno richiamando a gran voce l’attenzione di chi fosse intenzionato a partire per il Cairo.

Chiediamo in giro dove passi quello per Dahab, e nessuno lo sa, anzi, è un coro di no, non c’è nessun autobus per Dahab. Nel frattempo, si avvicina un taxista con un pulmino, che ha già raggruppato un discreto numero di turisti, 6 per la precisione, noi siamo quelli che gli garantirebbero incasso pieno. Iniziamo una contrattazione di gruppo, la prima cifra che spara è un 10. Dieci lire egiziane? Gli dico. No, 10 dollari. Ma tu scherzi vero?

Arriviamo sino a 40 LE a testa, che per 8 fa 320. Su Lp viene indicato che il prezzo di un taxi completo è 210, quindi ancora è un furto. Nel frattempo, mi giro intorno per vedere se riesco a reperire informazioni sul bus, ma nada de nada.

Qualcosa mi dice che questa è l’ultima chance che ha l’Egitto di vedermi.

Rassegnati, ci accomodiamo a bordo. Il conducente, un ragazzo sui vent’anni, chiede a ciascuno di noi il nome dell’hotel in cui alloggiamo, e ci incamminiamo. Appena lasciato il centro abitato, il veicolo si ferma in uno spiazzo sterrato, circondato da caseggiati bassi malandati, il giovanotto sparisce senza dir nulla, dopo un po’ se ne arriva un vecchietto, si mette alla guida al suo posto e riparte. Qualcuno dei miei compagni di viaggio dubita ad alta voce se costui possa essere informato delle nostre destinazioni, a me non importa niente, sono affari suoi, ma in effetti dubitano a ragione poiché una volta raggiunta Dahab, il nostro autista non ha la minima idea di dove portarci. Alla fine, dopo litigi vari, scendiamo dal minivan e lo paghiamo diciamo a “buon cuore”, poiché non ci ha fornito il servizio concordato, io gli lascio 50LE, 25LE a testa, ma alcuni non lo pagano proprio. Per un attimo penso che questo non mi pare corretto. Poi lui fa lo sbaglio di dire che non aveva capito il nome del mio albergo perché l’ho pronunciato male e si fissa pateticamente sull’impronunciabile k aspirata e gutturale. Mi pento di averlo già pagato.

Per fortuna scopriamo di essere nella zona di Assalah, e quindi il nostro albergo non è lontano.

Grazie al cielo la nostra camera c’è, e quindi ne prendiamo possesso. Beh, per essere fronte mare lo è, anzi, dal nostro piccolo terrazzino con quattro gradini siamo direttamente in spiaggia.

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L’hotel è silenziosissimo, perché dall’altro lato c’è un cortile interno dove si affacciano le stanze “garden view”.

Siamo nella parte a nord di Dahab denominata Eel Garden.

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La spiaggia, inteso come sabbia, è rossastra, e non è bellissima. Inoltre, la parte di essa che non appartiene a ristoranti o alberghi è lasciata a se stessa, si legge sporca, per fortuna non ci sono molte bottiglie di plastica, però cartacce sì, e bottiglie rotte, e cacche di ogni genere.

La stanza è grande, c’è addirittura un frigo ed un lavandino. Lorenzo si lamenta un po’ perché nel bagno, che però ha piastrelle recenti, non c’è una cabina doccia, e quindi l’acqua schizza ovunque.

A me questo non darebbe un gran fastidio, è la norma nelle bettole da 5 dollari che ho frequentato in Asia e Sud America; al contrario i materassi sono durissimi ed i cuscini un vero attentato alla cervicale. Potrei sopportare acqua fredda, sporcizia, spartanità estrema, ma questo no.

E’ quindi fondamentale cercare un’alternativa per il proseguio della vacanza, ma sinceramente la cosa non mi preoccupa molto.

Usciamo la sera per trovar cibo e sinceramente rimango molto sorpresa della cagnara che mi sommerge non appena svoltiamo la curva a gomito del Lighthouse. Mentre a Eel Garden c’era qualche ristorante, poca gente, e molto silenzio, qui un casino allucinante, odore di fogna in molti tratti, negozi su negozi. Molti sono graziosi, soprattutto quelli che vendono lampade, ma sono uno la fotocopia dell’altro, poche categorie merceologiche moltiplicate a decine. I ristoranti sono uno in fila all’altro, si mangia per terra appoggiati ai cuscini, e lo trovo un’ottima idea, il fastidio nasce quando si viene continuamente “sollecitati” ad entrare di qua o di là.

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Questo è Masbat. Verso sud, si trova Mashraba, di nuovo più tranquilla.

Il mattino dopo riscontriamo appunto che le spiagge pubbliche non sono il massimo e quindi dobbiamo per forza fare come fanno tutti, ossia stare nei baretti. Noi ci sistemeremo spesso al Eel Garden Stars restaurant, che è vicino al nostro hotel. Si può stare sui cuscini all’ombra, o trovarsi un angolino al sole, come ovunque ci sono anche lettini. Il personale non è insistente, ordini qualche bevanda, qualcosa a pranzo, e puoi stare lì tutto il giorno.

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Il vero tesoro di Dahab dovrebbe essere il mare.

In effetti, lo è, ma solo quando non c’è vento. Noi veniamo graziati i primi due giorni. Fa un caldo boia, con la bonaccia, ma in acqua è splendido, già a poca profondità si incontrano coralli e pesci. Se ci spinge verso l’estremità del reef, dove inizia lo strapiombo, è davvero fantastico.

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Purtroppo, quando invece soffia il vento è pericoloso fare snorkeling, i locali lo sconsigliano, ho assistito di persona a tentativi di salvataggio verso alcuni sub che non erano più capaci di tornare a riva perché la corrente li respingeva.

Credo quindi che sia più che altro una destinazione adatta a sub o wind/kite surfers.

Raggiungendola a piedi, abbiamo visitato anche la zona della laguna, a sud, quella dove si trovano gli alberghi di lusso, tipo l’Hilton. Qui la spiaggia è formata di spiaggia soffice sottile e pulita e l’acqua è limpida e calma, adatta per lunghe nuotate, ma sul fondo non c’è nulla.

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A sud di Mashraba, prima della laguna, c’è un lungo e bellissimo spiaggione davanti all’ultimo tratto terminale di reef. Purtroppo è piuttosto sporco, evidentemente ci vengono a passeggiare con i cavalli ed i cammelli. L’acqua è bella, e sotto c’è un sacco di roba, però purtroppo di nuovo in caso di vento la corrente è forte.

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Sinceramente ho trovato i prezzi piuttosto cari, rispetto anche ad altre località della valle del Nilo visitata l’anno scorso. I prezzi del pesce fresco si calcolano a peso, i filetti a costo fisso erano sicuramente surgelati.

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Non abbiamo fatto escursioni, eravamo troppo stanchi e avevamo già speso troppi soldi in Giordania.

Il mio giudizio, non troppo positivo, si riferisce alla sola città e non ai dintorni, che comunque credo siano stupendi. A me il centro è sembrato troppo cementificato, ovunque scheletri di costruzioni non terminati. I beduini, la popolazione locale, messi ai margini e costretti alle briciole.

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Gli unici egiziani che ho visto erano dediti ad attività turistiche, interessati ai soldi, davvero irritante. Non era così in Giordania, ma non è così neppure in India, e tantomeno in Marocco, tanto per fare un confronto con un altro paese del Nord Africa dove sono stata.

Se Dahab è la Ko Samui d’Egitto, beh allora aspetto di avere più soldi e vado a Ko Samui, anzi a Ko Phangan. Certo, il mare non è così, sott’acqua, ma tanto a che serve, se poi per via del vento non puoi fruirne?

Non è che vado sin lì per starmene in piscina o nella laguna, come tanti fanno.

Una nota positiva, l’hotel che abbiamo trovato dopo il check out dal Sheik Salem House.

Si trova poco dopo di questo, in direzione sud, c’è il Dive Urge e poi una spiaggia libera.

Non ha insegne, ma è attaccato al Eel Garden Star Restaurant.

Dovrebbe essere di proprietà di un italiano, ma al momento questo è assente, e ad accoglierci ci sono dei giovani ungheresi. La stanza, molto carina, costa 36 Euro compresa la colazione, ed ha una vista stupenda. L’avevo già adocchiato su internet, seppure con un nome diverso (mistero), il proprietario mi aveva quotato 45 Euro. Questa è la dimostrazione che non si risparmia prenotando su internet, parlando di hotel a basso prezzo.

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Pur di sfuggire al vento, un giorno ci adattiamo ad un affollatissimo bar di Masbat.

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Il 24 ottobre mattina, un taxi, per la modica cifra di 170 LE ci ha portato all’aeroporto di Sharm El Sheik, dove abbiamo provato per l’ennesima volta la sensazione di essere delle vacche da mungere. Nonostante l’ufficio visti di Milano ci avesse informato che il Sinai Pass era sufficiente per uscire dal paese, anche se eravamo in transito al Cairo (rimanendo nella zona franca, lo ribadisco), siamo stati costretti a sganciare 30 dollari americani per due visti assolutamente inutili che immagino abbiano ingrassato il portafoglio dell’ufficiale Egypt Air che minacciava tronfio di non farci partire.

Carta straccia l’email che mi ero portata appresso.

Mai fatto un visto per un transito in vita mia.

Il ragazzetto che ci accompagna di corsa attraverso tutto l’aeroporto pretende addirittura un bakshish, lo mando affanculo.

Un tizio italiano simpatico, proprietario di un ristorante a Naama Bay, incontrato in coda all’imbarco per Milano si ferma a parlare un attimo con me, mi chiede con aria sorridente “allora, quando sarà la prossima volta qui?” La risposta mi parte spontanea dal profondo del cuore, potrei trattenerla, fingere di essere gentile, ma a che pro?

“Mai più”. Mi sa che ci è rimasto male, poverino.

 

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