Zanzibar – Esplorare con lentezza

Zanzibar fai da te

“Puoi girare il mondo in aereo e vedere molte cose, ma se fai ogni centimetro a piedi ti guardi dentro, vedi chi sei”

13/8

Namanga, ore 10. Mi vengono in mente le parole di Mike Horn, l’uomo che cammina, come lo chiamano gli Inuit.  Poiché al momento priva di alcuna velleità di introspezione, mi limito a riflettere che soltanto viaggiando via terra si coglie davvero il senso dello spazio che cambia sotto i nostri passi. I voli aerei hanno annullato ogni frontiera, ogni passaggio intermedio.

Non avevo mai varcato a piedi un confine di stato. Provo un leggero senso di inquietudine, paura che qualcosa mi vada storto. Più che altro dovuto a tutto ciò che ho letto su internet prima di partire, falsari, truffatori, doganieri corrotti, richieste di mazzette, ecc ecc. Proietto tutta questa negatività sulla folla che vedo agitarsi dall’altra parte delle transenne, e davvero non so che aspettarmi.

L’autista ci fa scendere dall’autobus, e ci spiega che attenderà dall’altra parte.

La prima fase è facile, si tratta soltanto di farsi mettere sul passaporto il timbro di uscita dal Kenya, e lasciarselo alle spalle.

Subito dopo, si tratta di dribblare ambulanti ed avvoltoi che propongono scambi di moneta in nero.. Cosa già un po’ più difficile, dovendosi mantenere in equilibrio in quella specie di terra di mezzo che sta tra la completa indifferenza che denota maleducazione, e l’istintiva gentilezza che invece potrebbe essere scambiata per debolezza e accondiscendenza.

Prima difficoltà, annaspo un attimo quando l’ufficiale dell’immigration mi chiede quanto mi fermerò in Tanzania. Veramente, non lo so ancora. Dipende da un sacco di cose. Basterebbe che dicessi il minimo indispensabile per i visti turistici, invece, chissà perché, mi esce fuori un “finchè ho soldi” che in Africa pare sembrare comunque un’ottima risposta. Sfodera un immenso sorriso mentre scrive 30 giorni,  mi dà il benvenuto nel suo paese e mi chiede 20 dollari. Solo 20 dollari, non 50, come mi aspettavo, e come quelli che ha appena sganciato un ragazzo davanti a me con la bandiera scozzese cucita sullo zaino liso… Anche se faccio ben attenzione a non sollevare obiezioni, 30 dollari di differenza sono una somma enorme, valgono almeno 3 pernottamenti, dopo che ho lasciato l’ufficio il tarlo continua a rodermi, i dubbi mi assalgono, mi immagino clandestina colta in flagrante dalla polizia, e rispedita indietro a pedate, mentre il galantuomo scozzese ipotizza che lo sconto sia dovuto al fatto che sono una donna. Un turista sudafricano, molto più realista, intervenendo nella discussione, ci notifica l’esistenza di un cartello che, nazione per nazione, specifica l’importo da pagare per l’ingresso nel paese. UK 50 USD, Italia 20, SudAfrica 60. Il certificato di vaccinazione della febbre gialla, che comunque avevo, neanche me lo chiedono.

Ci fanno scaricare e perquisire le borse. Operazione eseguita un po’ a casaccio e basata sulla fiducia. Per via del mio ridottissimo bagaglio, passo indenne.

Ridottissimo bagaglio, per chi non avesse letto l’altro mio “racconto” riguardante la prima parte del viaggio in Kenya, perché la compagnia aerea si è persa il mio zaino….

Altri sorrisi quando, a precisa domanda, rispondo che non trasporto liquori perché sono astemia. Sono questi i terribili e depravati gabellieri paventati dalla Lonely Planet…

Perdo un sacco di tempo a ritrovare il pulman esatto da cui ero scesa, e quindi non mi resta tempo né per andare al bagno e né per cambiare i soldi.

I bus della linea Scandinavian Express hanno fama di essere i migliori della Tanzania, in realtà assomigliano ai nostri extraurbani, solo con i sedili un attimino più morbidi. Niente a che vedere con il lusso dei loro parenti messicani e thailandesi..

A bordo vengono offerte bevande e snacks.

La prima fermata, tre ore circa dopo il confine, è Arusha, base di partenza per i safari al Serengeti e Ngorongoro. Mi si stringe il cuore, adesso, nel ricordare quanto è bello, rigoglioso, e verde, il paesaggio. La stazione dei bus è una baraonda, un parapiglia, un casino totale, tanto per usare un termine forbito. Un’accozzaglia di umanità varia mai vista. Tutti vendono di tutto, è pazzesco. Una bolgia incredibile, un formicaio, un caos. Scorgo addirittura una signora che, allungando un piede fuori dal finestrino del suo matatu, si fa smaltare le unghie da una pseudo-estetista ambulante.

Scendo dall’autobus con la faccia contratta di una che cerca urgentemente il bagno, tant’è che tutti me lo indicano senza neanche che debba spiaccicare parola. Due figuri si frappongono tra me e l’agognata porta della latrina, calda, sporca e maleodorante. Vogliono dei soldi. Dico loro che ho solo valuta keniota, e per fortuna mi lasciano passare…

Seconda tappa, Moshi. Cerco di scorgere il Kilimangiaro scrutando ansiosamente a destra e sinista e agitandomi sul sedile come se fossi stata assalita da un branco di pulci. Qualche vicino mi informa gentilmente che non si vede perché, in questa stagione, è sempre coperto da nubi basse.

Chino definitivamente lo sguardo e mi dedico quindi alla contemplazione di quanto passa davanti all’altezza dei miei occhi. Per la prima volta nella mia vita, vedo dei baobab. Osservo la vita che scorre nei villaggi ai lati della strada. Le capanne di fango, i muri sostenuti da una intelaiatura di rami intrecciati regolarmente e fittamente, i bambini, che, nelle loro ordinate uniformi, giocano nei cortili delle scuole; parecchi uomini che oziano all’ombra delle piante, altri invece che si industriano nelle loro botteghe direttamente in strada. Mi incuriosiscono i sarti. Le loro vecchie macchine da cucire, tipo Singer a pedale, sono posizionate sul marciapiede, accanto a pile di stoffe colorate ed arrotolate con ordine.

A volte l’autobus è costretto a fermarsi per via dei lavori in corso, o dei posti di blocco; qui mettono sbarre chiodate per terra, tanto per scoraggiare i malintenzionati a premere il piede sull’acceleratore. Approfittando della temporanea sosta, ai finestrini si avvicinano venditori di arance, lupini, acqua. Scruto il quadro d’insieme con la bava alla bocca. Non ho soldi, accidenti..

La quarta fermata, Mombo, è tutta un programma. Per intanto, sono organizzatissimi. Ad un bordo del piazzale sterrato ci sono numerose bancarelle di frutta e verdura, con la merce disposta geometricamente ed artisticamente. All’altro bordo, un ristorante self service che prepara all’istante ugali, patate fritte, polpette, riso, qualunque cosa, i costi sono irrisori, mezzo euro…. Una passeggera indiana, sentendomi dire a qualche ambulante che non posso comprare niente, purtroppo, perché non ho un soldo, gentilmente mi propone di scambiare i miei scellini kenioti. Eccomi quindi in possesso di 10mila scellini tanzaniani, circa 10 dollari, con la quale però non posso folleggiare più di tanto perché in teoria ci devo pure dormire e mangiare stasera…. Quindi mi accontento di qualche biscotto e delle banane.

I bagni sono meravigliosamente invasi da nugoli di mosche. Una grossa stanza con un canale piastrellato nel mezzo, senza alcun uscio, o muretto, o divisione di sorta, mi fa sorgere il dubbio che “quello” sia il posto. Avevo sentito storie simili a riguardo dell’India. Fortunatamente, in un bugigattolo un po’ discosto dotato di porta e lucchetto riesco ad intravedere una turca, per cui subito mi ci infilo, ben contenta di non dover espletare tutte le mie funzioni  pubblicamente….

Raggiungiamo la periferia di Dar Es Salaam verso le 8 di sera, ed è già completamente buio. Fiumane di esseri umani si riversano ai lati della tangenziale, una frenesia di bancarelle e formicolii di gesti, assembramenti di voci e volti, l’unica fonte di luce sono dei lumini a petrolio. Solo alcune baracche di lamiera hanno luce elettrica, rarissimi gli schermi azzurrini delle televisioni.

Dividerò una stanza al Safari Inn con Johanna, un’inglese che viaggia sul mio stesso bus. Vive in Eritrea e fa l’insegnante. Poiché la stanza è già stata pagata da un suo amico all’atto della prenotazione, amico che ora la sta aspettando a Zanzibar, non vuole neanche la mia metà dei soldi. In ogni caso, in totale sarebbe costata 12mila tsh.

Poiché è tutto il giorno che siamo quasi digiune, chiediamo di un ristorante e ci raccomandano quello del Jambo Inn, che si trova nelle vicinanze.

Avventura gastronomica da ricordare, prezzi insignificanti sul listino, sala gremita da popoli di tutte le razze, frappè di mango memorabile, cubetti di ghiaccio che mi preoccupano un po’.

Vorremmo fare quattro passi per sgranchirci le ossa dopo tutte le ore trascorse incastrate in bus, ma ce lo sconsigliano. Peccato, perché l’aria per strada è calda e appena velata di una piacevole umidità.

Rientriamo al Safari Inn, la televisione nella saletta comune trasmette la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici. Per un attimo mi ritrovo catapultata nella mia solita dimensione europea.

Sulle scale, pomposi cartelli vietano, con toni da anatema bin-ladeniano, qualunque genere di turpitudine con le locali baldracche. Nel leggere il vetusto termine “turpitudine” ci sganasciamo dalle risate…

Le camere sono appena decorose, ma dalle tubature esce acqua calda, e una doccia rilassante è quello che ci vuole.

14/8

Diventa fondamentale trovare un cambio e rifornirmi di valuta locale. Mi reco in Samora Avenue, la principale arteria commerciale in città. Il centro di Dar Es Salaam è pittoresco. L’impressione che se ne ricava, tutto sommato, è di minor squallore rispetto a Nairobi, forse anche perché qui ci sono mare, palme, un porto, e allora tutto sembra migliore…

Cambio una marea di soldi, 400 euro, mi pare di aver letto che a Stone Town è abbastanza difficile trovare qualcuno che accetti i travellers cheques, meglio quindi premunirsi..

Vado al porto a comprare un biglietto per traghettare, quello della compagnia Sea Horse, il meno caro, costa 20 dollari o 22500 tsh. La partenza è fissata alle 12.30.

Rientrando alla pensione per prendermi lo zainetto, passo davanti ad una bancarella che vende vestiti usati, e mi pare di vedere qualcosa che fa al caso mio.

Camicia di lino bianca a maniche lunghe, gonnone beige con i tasconi ai fianchi e la vita bassa. Contratto e me le porto via per 7mila tsh.

La traversata in mare trascorre senza particolari problemi, nonostante le sedie di plastica scomode e l’assembramento umano. Il tempo non è granchè, ma almeno non piove e fa caldo. Il torpore pomeridiano viene improvvisamente scosso da una serie di risate proveniente dai miei vicini, una specie di scolaresca liceale accompagnata dai professori, immagino. Sghignazzano e gesticolano indicando una coppia mista, una lei trentenne bianca, bruttarella e grassa, ed un lui nero, atletico e sicuramente più giovane. Lei gli palpa il sedere. Non capisco se la causa dei lazzi siano queste effusioni